a cura di Massimiliano De Cristofaro
Qui c’è tanta confusione e tanta propaganda.
La scena in foto è studiata.
Pitbull “incazzato” vs pitbull calmo non è automaticamente aggressività pericolosa.
È importante distinguere, sapere conoscere e poi, magari, parlare!
Un cane che mostra i denti, ha postura rigida è in tensione, sta solo comunicando, non “impazzendo”.
È un linguaggio naturale, non violenza gratuita.
Il pitbull NON nasce aggressivo verso l’uomo
Razze tipo Pitbull (American Pit Bull Terrier, Amstaff ecc.) sono stati selezionati per resistenza e determinazione ma anche per non attaccare l’uomo (altrimenti erano inutilizzabili).
Quindi: aggressività verso persone = quasi sempre errore umano!
Dove nasce il problema vero?
Il problema NON è la razza, ma i proprietari incapaci, la mancata socializzazione, l’addestramento sbagliato (spesso per “fare il duro”) poi lo stress, isolamento, catena, frustrazione …
Ecco, un cane così può diventare pericoloso, pitbull o no.
Il mito mediatico.
Il pitbull è stato trasformato nel “mostro” perché fa più notizia, ha il fisico potente e quindi danni più visibili ed è stato usato da persone sbagliate.
Ma statisticamente, tante altre razze mordono quanto o di più, solo che non fanno scalpore.
Il pitbull non è una bestia aggressiva per natura.
Ma è un cane potente e se gestito male diventa un problema serio.
Quindi NON è colpa della razza, NON è una favola ma è responsabilità dell’uomo.
Tradotto, non è il cane pericoloso… è chi lo tiene.
A proposito, ma che razza è il pitbull?
Il “pitbull” in realtà non è una razza unica precisa come molti pensano.
È più un nome generico che si usa per indicare diversi cani simili tra loro. La razza vera e propria è l’American Pit Bull Terrier, ma spesso la gente chiama pitbull anche l’American Staffordshire Terrier, lo Staffordshire Bull Terrier o altri meticci con quella struttura fisica, testa larga, muscoli evidenti, corpo compatto.
Quindi quando qualcuno dice “è un pitbull”, nella maggior parte dei casi sta parlando più di un tipo di cane che di una razza registrata precisa.
Figurati allora i giornalisti o gli addetti alla cronaca che spesso, sempre, non capiscono nulla di cani e descrivono ogni morso allo stesso modo, appiccicando etichette a caso senza distinguere davvero razza, comportamento o contesto.
Lo so, ho centrato il punto, ma va detta bene, nel linguaggio comune e mediatico “pitbull” è diventato un’etichetta facile.
Quando succede un’aggressione, spesso chi scrive non ha competenze cinofile e usa quel termine per descrivere qualsiasi cane muscoloso con testa larga.
Il risultato è che casi diversi vengono messi nello stesso calderone, senza distinguere davvero razza, incrocio, contesto o responsabilità.
Ho visto un serpente!
Era una vipera.
Ho visto un ragno!
Era un ragno violino…
Un cane ha morso una persona!
Era un pitbull.
Detto questo, non è solo ignoranza, è anche semplificazione.
È anche strumentalizzazione.
In cronaca si cerca una parola immediata che colpisca, e “pitbull” funziona.
Il problema è che così si crea un’immagine distorta, perché non si parla di come viveva il cane, di chi lo gestiva, di cosa è successo prima del morso. E quella è la parte che conta davvero.
Se vuoi capire un caso seriamente, devi guardare contesto, gestione e comportamento, non solo l’etichetta della razza.
Il resto è spesso racconto fatto per fare rumore, non per spiegare.
Ora vi racconto una cosa.
L’aggressività nei cani non nasce dal nulla e, soprattutto, non dipende dalla razza.
È il risultato di fattori precisi che hanno quasi sempre a che fare con come l’animale è stato cresciuto, gestito e inserito nel suo ambiente.
Capire perché un cane attacca significa prima di tutto saper leggere i suoi segnali e intervenire prima che la situazione degeneri.
Ogni episodio violento ha una sua storia, ma c’è un elemento che torna sempre, la mancanza di socializzazione.
La paura, l’isolamento, l’assenza di stimoli e di relazioni sane trasformano un cane equilibrato in un animale imprevedibile.
Non è un caso se le aggressioni più gravi avvengono spesso in contesti dove il cane vive segregato, senza contatti, senza regole e senza una guida.
Il caso di Eboli (e atri 50 casi simili...) ha riportato al centro il vero problema, non la razza, ma la gestione!!!
Un cane cresciuto chiuso in un recinto o in una stanza, senza uscire, senza confrontarsi con persone e situazioni diverse, perde autocontrollo. Diventa frustrato, reattivo, incapace di gestire stimoli normali.
La verità è semplice e scomoda: non esistono cani “cattivi” per natura, esistono cani gestiti male.
E quando manca responsabilità da parte dell’uomo, il rischio che un animale diventi pericoloso non è un’eccezione, è una conseguenza.
Si tratta di cani nati dall’incrocio tra Terrier e Molossoidi, quindi con caratteristiche ben precise: energia, determinazione e una forte componente predatoria.
Questo significa una cosa semplice, non è un cane adatto a qualsiasi contesto o a qualsiasi proprietario.
Questo va detto.
Come una moto da strada 1000 cc di cilindrata, non è decisamente per tutti.
Allo stesso tempo, però, la sua storia è profondamente legata all’uomo.
Il comportamento di questi cani non nasce dal caso, ma da come vengono allevati, educati e gestiti.
Non “impazziscono” all’improvviso e non sono pericolosi per natura, ma hanno una struttura comportamentale che va capita e guidata.
Il punto è tutto lì, non è la razza il problema, ma la combinazione tra le sue caratteristiche e il modo in cui viene cresciuta.
La realtà è semplice, alcuni cani sono più impegnativi di altri, e ignorarlo è il primo errore.
Non basta voler bene a un animale, bisogna saperlo gestire.
Ogni cane ha una propria personalità, ma soprattutto ha una struttura comportamentale che va rispettata e incanalata nel contesto giusto.
Nel caso dei pitbull, parliamo di cani con una combinazione precisa, reattività e forza tipiche dei molossi, unite alla determinazione e alla tenacia dei terrier.
Tradotto, sono animali pronti a reagire e difficili da fermare una volta attivati.
Pensare che siano adatti a qualsiasi famiglia, senza competenze e senza attenzione, è semplicemente irresponsabile, soprattutto se ci sono bambini.
Quando un cane morde, non esiste la risposta facile.
Bisogna guardare il contesto, cosa è successo prima, come ha interpretato la presenza dell’uomo, se ha reagito per difesa, per eccitazione o per frustrazione.
Come è cresciuto, che tipo di rapporto ha con le persone, che esperienze ha fatto.
L’aggressività non nasce per caso, è sempre il risultato di più fattori messi insieme.
La verità è che ogni cane può diventare pericoloso se messo nelle condizioni sbagliate.
La differenza la fanno l’ambiente, gli stimoli e, soprattutto, chi lo gestisce. La famiglia ha una responsabilità totale, decidere che ruolo dare al cane, capire se è compatibile con la sua indole e smetterla di trattarlo come un oggetto da adattare a forza alla propria vita.
Quando questo non succede, il problema non è il cane.
È chi lo ha scelto senza capirlo.
Pitbull e adulti, e con i bambini?
Qui la cosa si complica perché ci sono forti scuole di pensiero, divergenti.
Non è tanto una questione di “pitbull sì o no”, ma di rapporto cane-bambino in generale.
Un cane non vede il bambino come un adulto, lo percepisce come un essere imprevedibile, spesso invadente, che si muove a scatti, urla, tocca senza preavviso.
Questo può creare stress o fraintendimenti.
Dire che lo considera “un suo pari” è una semplificazione, ma il senso è questo, il bambino non comunica in modo chiaro per il cane e il cane può reagire se si sente infastidito o minacciato.
Il punto davvero importante è un altro, molto concreto, non si lascia mai un cane da solo con un bambino, di nessuna razza.
Perché?
Perché il bambino non sa leggere i segnali del cane.
Perché il cane può perdere pazienza o spaventarsi
Perché basta un attimo per trasformare un’interazione normale in un morso.
E questo vale ancora di più con cani forti, reattivi e poco abituati ai bambini.
Quindi il principio dell’attenzione massima è giusto, ma la verità più precisa è questa, non è il pitbull il problema, è l’interazione non controllata cane-bambino.
E quando succede qualcosa, quasi sempre è perché nessuno stava gestendo davvero la situazione.
Nel caso in cui però il vostro cane dovesse manifestare una pericolosità grave, allora dovremmo passare ad un'altra considerazione e qui intervengono tutte le leggi e le norme relative che, vi racconterò nel prossimo articolo…
Massimiliano De Cristofaro
Istruttore Cinofilo specializzato dal 2006 nel recupero di cani da combattimento e con disturbi comportamentali.
Vice Direttore del Progetto nazionale OPES “Recupero cani da Combattimento” dal 24/02/2020.
Ideatore del Progetto Nazionale “Città senza violenza” promosso da OPES Turismo Sociale e Sportivo.
Advisor de Progetto BTF “Fuori i Cani dalle Gabbie”
In collaborazione con il Dott. Paolo Cusintino, presidente dell’Istituto Cinofilo Italiano, Scienze della Formazione Cinotecnica, Master in Etologia Animale, Master Cinofilo, Formatore ASI Aps, Tecnico OPES Aps e Benemerito UNVS Roma Capitale